Quando Carmelo Bonsangue e Brigida Bottaro si parlano per la prima volta sono poco piú che due ragazzini: lui corre tra i vicoli di Ortigia, lei lo osserva di sottecchi da dietro il bancone del pesce dei genitori. Brigida è quieta solo all’apparenza, dentro di sé brucia di furori incandescenti, e Carmelo capisce di volerla amare per sempre. Dal loro primo incontro, una sera su una barchetta a ridere e parlare del futuro, nasce Orfeo. In cerca di un lavoro sicuro, il nuovo ramo dei Bonsangue si sposta a Catania, una metropoli piena di caos, insidie, possibilità, inganni. Per tutti loro significa lasciare la calma assolata di Siracusa, dove nella controra può capitare di intravedere gli antichi dèi pagani, e per Orfeo soprattutto significa andare incontro alla propria sorte, perché la maledizione di famiglia sembra aver scelto lui. L’esordio di Antonio Popolo Rubbio racconta la storia di una stirpe attraversata da una spiccatissima propensione alla disgrazia: non passa mai troppo tempo prima che la fortuna avversa si manifesti e si porti via qualcuno di loro. Ma una madre sa sempre quando suo figlio è in pericolo, e cosí Brigida si affida alle arti di Amarilli Alaimo, che è donna di luce e insieme di ombra, una mavàra, il vero punto di fuga di questa storia. Dalle sue mani, dai suoi poteri e dalle parole che nessuno le ha mai sentito pronunciare, forse passa la salvezza di Orfeo Bonsangue. O forse no: perché in questo libro la superstizione cammina sempre accanto alla ragione, e ciò che sembra un potentissimo malocchio può assumere il volto invisibile dei traumi ereditati, e la mavaría può non essere nient’altro che il nome, antico e misterioso, con cui certe paure si tramandano di genitore in figlio.